the end

Autobiografia Di Una Testa finisce qui, come previsto. Undici mesi, più di 300 album e miliardi di “storie, persone, tramonti, città, autogrill, motorini, gazzette nei bar, fidanzate perdute, trovate, motel, libri, dischi, profumi che ho in me” (cit.). Ho iniziato a scrivere a Padova, poi inaspettatamente mi sono trovato per un po’ dall’altra parte dell’Europa e poi sono ritornato e non ho mai smesso di scrivere. Ci sono tanti dischi della mia collezione di cui non ho parlato semplicemente perché non li ho condivisi, e questa non era una raccolta di recensioni ma di condivisioni. Bellissima esperienza.

Posted in Uncategorized | 2 Comments

Zucchero Filato Nero – Mauro Repetto

Da tutti ricordato come “il biondino che ballava negli 883”, Mauro Repetto fu in realtà l’autore principale dei testi dei primi due album e sicuramente dei momenti più diretti del duo; incapace di trovare una sua dimensione sul palco, e diventato lo zimbello di mezza Italia per la sua maniera assurda di ballare, abbandonò Max Pezzali per inseguire a New York una modella di cui si era invaghito, proponendole un ruolo in un film che lui avrebbe diretto. Diede tutti i suoi soldi ad un avvocato, incaricato di cercare di un produttore, ma l’avvocato sparì con tutti i soldi, lasciandolo solo e povero a New York. Tornato dopo qualche tempo in Italia, Mauro Repetto andò a lavorare a Parigi, ad Eurodisney, inizialmente (pare) all’interno dell’orso Baloo, per essere poi un rispettatissimo manager all’interno del parco.

Quello che però non tutti sanno è che nella breve parentesi tra New York e Parigi Mauro Repetto, che non aveva mai cantato, incise un album con le canzoni da lui scritte durante il periodo newyorkese. Ed è un disco allucinante. Lui è stonatissimo, spesso più che cantare parla o addirittura rappa, ma la cosa ancora più terribile è il contenuto delle canzoni: sono storie (totalmente autobiografiche) di depressione, solitudine, di ricerca di una donna (spesso a pagamento), di malinconia per un passato che non tornerà più, di “due di picche”. E’ un disco che a primo impatto può far ridere perché lui non ha doti canore e racconta storie assurde, ma il problema è che è tutto vero, sono esperienze vissute sulla sua pelle, ed il suo tono di voce sofferente è reale. E’ un disco considerato ingiustamente “trash”, mentre invece è al pari di una cronaca di una discesa all’inferno, senza risalita (la risalita sarebbe arrivata poi, ma non è raccontata nel disco per ovvi motivi).

Raccontai la storia di questo disco un pomeriggio a Gra, alla stazione di Padova, anni prima che io mi trasferissi. Me lo bollò come “un’assurdità” e la cosa finì lì, almeno apparentemente. Poi, l’estate dopo, in Irlanda con gli SQUOT, raccontai loro “una storia tristissima”, cioè quella di Repetto e del disco: tuttora, dopo anni, se la ricordano ancora e mi prendono un sacco in giro per la mia empatia nei suoi confronti. Poi, due anni dopo, ero con Gra a cercare casa per andare ad abitare insieme a Padova e mi raccontò che quel disco era diventato uno dei suoi preferiti, specialmente “Ma mi caghi?”, che probabilmente merita una menzione a parte. In quella canzone, infatti, Repetto racconta una storia ambientata in Italia, di lui che ci prova con una ragazza che “non lo caga”, il tutto con un rap ad una velocità impressionante (si fatica anche a capire il significato delle parole senza il testo davanti) e soprattutto con degli intermezzi parlati di una terza persona, una ragazza spettatrice di questo provarci, che dice cose geniali tipo “ma cosa dice? cosa sta dicendo? non si capisce niente”. Una canzone folle, la più estrema del disco, e la più geniale. Nonché la nostra preferita, tant’è vero che quando due anni dopo io, Vero e Denise festeggiammo il compleanno in discoteca, Gra e tutto il nostro giro di amici mi regalarono il cd originale di Zucchero Filato Nero! Per la gioia, chiedemmo al DJ di mettere “la 11”, ovvero Ma Mi Caghi. Fu imbarazzantissimo per lui (anche se la canzone, in effetti è abbastanza ballabile, nonostante il testo assurdo) e stradivertente per noi.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Yume! – Yeti

Gli Yeti, il mio adoratissimo gruppo sconosciuto (tra i tanti gruppi sconosciuti, ma loro lo sono particolarmente) hanno pubblicato soltanto un album ufficiale, di cui ho già parlato e a cui sono legati tanti splendidi ricordi. L’anno prima, però, ne avevano pubblicato un altro, solo per il mercato giapponese (che per qualche stranissimo motivo li ha “adottati”), che si chiamava “Yume!” e che comprendeva pezzi che sarebbero stati riarrangiati, risuonati e ricantati in The Legend Of Yeti Gonzales (il loro album ufficiale) ed altri che sarebbero rimasti confinato su quel disco. Così Yume! ho deciso di crearlo io, a modo mio, mettendo insieme i vari B-sides degli Yeti, più le canzoni che non sarebbero state pubblicate altrove, più anche delle tracce bonus presenti solo nella versione giapponese del loro album. Insomma, ho creato un album con tutte le tracce registrate dagli Yeti e non inserite nel loro unico album. Scarti? Tutt’altro.

E’ un capolavoro dalla prima all’ultima traccia: ci sono pezzi più veloci e ritmati, altri più lenti, e comunque gli arrangiamenti sono decisamente più semplici del loro album ufficiale, dove compaiono anche fiati e sintetizzatori. Qui no, qui sono veramente i Beatles quarant’anni dopo, e nella loro forma migliore. C’è una canzone dal testo geniale (Insect-Eating Man) ma tutto il resto, testi a parte, è qualcosa di incredibile. E pensare che questi sono i pezzi “scartati” dal loro album ufficiale, altrettanto meraviglioso, anzi: non so quale dei due sia meglio.

Ascoltare questo cd mi riporta all’estate dell’anno scorso, durante la quale l’ho ascoltato più e più volte, per associarvelo volontariamente (un po’ come ho fatto quest’estate con Futurology dei Manic Street Preachers). E, in particolare, l’ho associato alle mie due imprese ciclistiche. La prima fu la “classica” salita al rifugio Sapienza, che avevo già fatto un mesetto prima con Loris ma partendo da casa sua, quindi relativamente in quota; partendo da Catania fu molto più dura ed ebbi anche una crisi di fatica a pochi chilometri dalla vetta, ma ero troppo vicino per mollare e non mollai, tanto al ritorno era tutta discesa, senza neanche un metro di pianura e quindi senza che ci fosse bisogno di dare anche un solo colpo di pedale. Ma il mio vero obbiettivo era il meno noto rifugio Citelli, il mio obbiettivo ciclistico da sempre, o almeno da quando i miei avevano iniziato a raccontarmi che quando da giovani andavano a fare le escursioni al Citelli loro e quasi tutti i loro amici partivano in macchina da Catania, mentre un loro amico, ciclista provetto, li raggiungeva in bicicletta. Ecco, io sono cresciuto col mito di questo tizio (una persona simpaticissima, comunque) e finalmente l’estate scorsa riuscii a farcela, unendo la mia classica Catania-Fornazzo, fatta decine di volte negli anni, al secondo tratto Fornazzo-Citelli, percorso una volta soltanto l’estate prima, partendo da Fornazzo dove ero arrivato in macchina. Ecco, arrivare al piazzale del rifugio Citelli, partendo da Catania, mi fece capire che avevo compiuto il mio obbiettivo che mi ero prefissato da anni. E tutto questo ascoltando, tra gli altri, Yume! degli Yeti.

La scorsa estate in realtà riuscii a strabattere i tempi di percorrenza, in entrambi i percorsi. Ma, in ogni caso, tornando a Yume!, è un disco splendido, pieno di canzoni bellissime, o almeno, la mia versione è piena di canzoni bellissime. Hanno inciso ventisei canzoni in tutto e poi si sono sciolti. Ma più della metà sono dei capolavori assoluti. Disco da 10 tutta la vita.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

You Are Free – Cat Power

Prima dell’uscita dell’ultimo (e per me primo in diretta) Sun, You Are Free era per me il peggior album di Cat Power, nonché l’unico insufficiente. Troppe sovraincisioni vocali, troppo uso di drum machine, troppe canzoni “deboli”. E’ quello che ho sempre pensato e non sono mai riuscito a cambiare idea, neanche dopo l’uscita di Sun, per me ancora peggiore. Ci sono due canzoni che si salvano, però.

La prima, molto semplicemente, mi piace perché la trovo bellissima. C’è Dave Grohl alla batteria, la chitarra elettrica è suonata da Cat Power e non c’è nient’altro: il ritmo cadenzato è molto affascinante e l’intera Shaking Paper, così si chiama la canzone, è basata su quest’equilibrio. Più che la voce o la batteria adoro moltissimo il riff di chitarra, che potrebbe andare avanti all’infinito.

La seconda, invece, segna il mio esordio come “autore di canzoni”, tralasciando la discutibile parentesi verso la fine delle elementari. La canzone di Cat Power in questione si chiama Names, è voce e pianoforte, ed elenca in maniera terribile e brutale le storie di suoi ex compagni di classe, ai tempi delle elementari o delle medie, di cui vengono citati alcuni dati biografici essenziali (nome, età) prima di procedere al racconto della loro vita drammatica. Si va da vittime di abusi sessuali a vittime della droga o di altre terribili sventure, tutte raccontate con una voce apparentemente apatica e in realtà molto coinvolta. E’ un pugno dello stomaco, e qualche anno fa io partii da questa canzone per raccontare un’altra storia. Ispirandomi alla canzone Nomi di Britti, che parla di “nomi scritti su un’agenda ormai dimenticata”, trasformai Names in una canzone in cui raccontavo delle persone ormai scomparse dalla mia vita, per motivi vari (mai violenti, comunque, sono sempre state scelte, magari non condivise da me ma sempre scelte). E così ne scrissi tredici strofe, una per ogni persona, in cui raccontai, con lo stesso stile della canzone, prima i dati biografici e poi, velocemente, la nostra storia, fino alla fine del rapporto. E’ ovviamente molto meno dolorosa della Names originale, ma ci misi comunque sei giorni per scriverla, nei periodi morti della mia biciclettata da Innsbruck a Passau, con mio papà. E la conservo tuttora.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

You’ve Come A Long Way, Baby! – Fatboy Slim

Questo, in assoluto, è uno dei dischi più famosi della musica elettronica degli anni ’90, e sicuramente il più famoso di Fatboy Slim: per rendersene conto basta scorrere la tracklist e leggere Right Here, Right Now, poi The Rockafeller Skank e ancora Praise You, tre tormentoni.

Io però non ci sono mai impazzito. Al mio amico Andrea piace tantissimo, l’abbiamo ascoltato insieme qualche volta e lui c’impazzisce veramente. Io no: è troppo big beat, nel senso che è fin troppo monotematico, batteria in evidenza e tutto il resto dietro. Non sono un fan di Right Here, Right Now, né di Praise You, mentre lo sono tantissimo di The Rockafeller Skank e anche di altri pezzi. Ho sempre adorato il finale allucinato di Acid 8000, e tantissimi anni fa ne creai una versione personalizzata giocando con i controlli della scheda audio: l’ho ritrovata pochi mesi fa ed era veramente bellissima, forse anche meglio dell’originale (non cambia molto, sono solo dei filtri sovrapposti). E poi c’è una piccola grande condivisione: in Fuckin’ In Heaven ad un certo punto si sente una voce femminile che ripete all’infinito la stessa parola. Ora, quale sia questa parola non è dato saperlo, o almeno, quale sia nella realtà, perché per me ed Andrea, da sempre, è “trentanove”. Ovviamente è impossibile che venga pronunciata la parola “trentanove”, ma io e Andrea abbiamo sempre sentito quella parola, e ogni volta ci ammazziamo dalle risate. Uno dei nostri saluti tradizionali è “trentanove”, proprio per ricordarci quanta musica abbiamo ascoltato insieme e quanto c’abbiamo riso su.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Yoshimi Battles The Pink Robots – The Flaming Lips

Forse ho citato poco mia sorella in Autobiografia Di Una Testa, ma qualcosa di musicale l’ho condiviso anche con lei: principalmente gli 883, ma anche, incredibilmente, una canzone dei Flaming Lips. Non che si tratti di una vera condivisione: un giorno mi è passata accanto mentre ascoltavo il disco nel salone, e nella fattispecie la title track, che le è piaciuta tantissimo, tanto da chiedermi di passarle la canzone e poi di impararla a memoria e di canticchiarla spessissimo.

C’è da dire che Yoshimi Battles The Pink Robots è un disco accessibilissimo: all’interno della trilogia di album “accessibili” pubblicati tra il 1999 ed il 2006 è sicuramente il più accessibile, e la title track è una canzoncina pop completamente innocua, forse col testo fuori di testa (ma neanche troppo) ma comunque innocua. Almeno nella sua “part 1”, perché la “part 2” è un delirio di batterie e bassi sintetici che descrivono la vera lotta tra Yoshimi ed i robots rosa.

L’album si apre con una splendida canzone, Fight Test, che se nella musica ricalca (tantissimo) Father And Son di Cat Stevens, nel testo esprime voglia di lottare per i propri diritti (anche sentimentali). E’ un disco di canzoni pop, a volte tristi, a volte tristissime (It’s Summertime per me è la summa della malinconia estiva), a volte tristi ma che magari aiutano (Do You Realize??, ad esempio, scritta su un foglio di carta per Gra una mattina di ottobre di tanti anni fa e consegnata a mano da mia mamma).

Yoshimi Battles The Pink Robots è un bel disco, d’accordo, ma quando lo ascolto dal cd (o dagli mp3) manca qualcosa. Manca quello spettacolo di versione 5.1, comprata su internet un sacco di anni fa, nella quale il disco (esattamente come il precedente ed il successivo, ma in maniera ancora più marcata) si trasforma in un caleidoscopio psichedelico. Non è la semplice separazione dei canali presente nei dvd del cofanetto dei Genesis: in Yoshimi Battles The Pink Robots 5.1 succede di tutto. L’iniziale Fight Test sembra normale, se non fosse che la batteria gira lentamente in senso orario intorno all’ascoltatore; la seconda One More Robot ha il basso impazzito che gira in maniera casuale, una nota per ogni altoparlante; Yoshimi Battles The Pink Robots part 1 sembra normale ma poi la part 2 ha di nuovo questa batteria impazzita che salta di altoparlante in altoparlante; e tutto il resto del disco viaggia su questa falsariga. E’ in assoluto il modo migliore per fruirne, e il fatto che il dvd (ed l’impianto 5.1) siano a Catania mi impedisce di farlo quando vorrei. Ma quando lo faccio è sempre un viaggio acidissimo.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Ya! – Raiz

Avevo conosciuto Raiz con A.C.A.U. e avevo preso i suoi primi due album solista, senza Almamegretta, con poco entusiasmo. Quando però venne annunciato il terzo c’era una grossa novità: la produzione era stata affidata ai Planet Funk (nel cui primo album Raiz aveva cantato una delle più belle canzoni di sempre, ovvero Tightrope Artist). E così la formula di Raiz (cantare alternando italiano, inglese e dialetto napoletano) in Ya! viene condita con dosi massicce di elettronica di ottima fattura, ed il risultato sono pezzi bellissimi (Ya! e Yalda Sheli) e altri molto più blandi, e non per colpa dei Planet Funk.

E’ un disco “minore” della mia collezione, eppure l’ho citato perché ne ho un ascolto fissato nella memoria: aspettavo Vero, Denise ed il suo ragazzo di allora per andare a mangiare la pizza da Rosso Pomodoro, ero in piazza Mazzini e loro stavano ritardando parecchio, così ascoltai tutto Ya! e in quell’ascolto lo focalizzai per bene. Tuttora se lo ascolto mi trovo lì, in quel tardo pomeriggio di tarda primavera (la combinazione peggiore per il mio umore), ad aspettare quella che sarebbe stata una bella serata.

Posted in Uncategorized | Leave a comment