You Are Free – Cat Power

Prima dell’uscita dell’ultimo (e per me primo in diretta) Sun, You Are Free era per me il peggior album di Cat Power, nonché l’unico insufficiente. Troppe sovraincisioni vocali, troppo uso di drum machine, troppe canzoni “deboli”. E’ quello che ho sempre pensato e non sono mai riuscito a cambiare idea, neanche dopo l’uscita di Sun, per me ancora peggiore. Ci sono due canzoni che si salvano, però.

La prima, molto semplicemente, mi piace perché la trovo bellissima. C’è Dave Grohl alla batteria, la chitarra elettrica è suonata da Cat Power e non c’è nient’altro: il ritmo cadenzato è molto affascinante e l’intera Shaking Paper, così si chiama la canzone, è basata su quest’equilibrio. Più che la voce o la batteria adoro moltissimo il riff di chitarra, che potrebbe andare avanti all’infinito.

La seconda, invece, segna il mio esordio come “autore di canzoni”, tralasciando la discutibile parentesi verso la fine delle elementari. La canzone di Cat Power in questione si chiama Names, è voce e pianoforte, ed elenca in maniera terribile e brutale le storie di suoi ex compagni di classe, ai tempi delle elementari o delle medie, di cui vengono citati alcuni dati biografici essenziali (nome, età) prima di procedere al racconto della loro vita drammatica. Si va da vittime di abusi sessuali a vittime della droga o di altre terribili sventure, tutte raccontate con una voce apparentemente apatica e in realtà molto coinvolta. E’ un pugno dello stomaco, e qualche anno fa io partii da questa canzone per raccontare un’altra storia. Ispirandomi alla canzone Nomi di Britti, che parla di “nomi scritti su un’agenda ormai dimenticata”, trasformai Names in una canzone in cui raccontavo delle persone ormai scomparse dalla mia vita, per motivi vari (mai violenti, comunque, sono sempre state scelte, magari non condivise da me ma sempre scelte). E così ne scrissi tredici strofe, una per ogni persona, in cui raccontai, con lo stesso stile della canzone, prima i dati biografici e poi, velocemente, la nostra storia, fino alla fine del rapporto. E’ ovviamente molto meno dolorosa della Names originale, ma ci misi comunque sei giorni per scriverla, nei periodi morti della mia biciclettata da Innsbruck a Passau, con mio papà. E la conservo tuttora.

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