Zucchero Filato Nero – Mauro Repetto

Da tutti ricordato come “il biondino che ballava negli 883”, Mauro Repetto fu in realtà l’autore principale dei testi dei primi due album e sicuramente dei momenti più diretti del duo; incapace di trovare una sua dimensione sul palco, e diventato lo zimbello di mezza Italia per la sua maniera assurda di ballare, abbandonò Max Pezzali per inseguire a New York una modella di cui si era invaghito, proponendole un ruolo in un film che lui avrebbe diretto. Diede tutti i suoi soldi ad un avvocato, incaricato di cercare di un produttore, ma l’avvocato sparì con tutti i soldi, lasciandolo solo e povero a New York. Tornato dopo qualche tempo in Italia, Mauro Repetto andò a lavorare a Parigi, ad Eurodisney, inizialmente (pare) all’interno dell’orso Baloo, per essere poi un rispettatissimo manager all’interno del parco.

Quello che però non tutti sanno è che nella breve parentesi tra New York e Parigi Mauro Repetto, che non aveva mai cantato, incise un album con le canzoni da lui scritte durante il periodo newyorkese. Ed è un disco allucinante. Lui è stonatissimo, spesso più che cantare parla o addirittura rappa, ma la cosa ancora più terribile è il contenuto delle canzoni: sono storie (totalmente autobiografiche) di depressione, solitudine, di ricerca di una donna (spesso a pagamento), di malinconia per un passato che non tornerà più, di “due di picche”. E’ un disco che a primo impatto può far ridere perché lui non ha doti canore e racconta storie assurde, ma il problema è che è tutto vero, sono esperienze vissute sulla sua pelle, ed il suo tono di voce sofferente è reale. E’ un disco considerato ingiustamente “trash”, mentre invece è al pari di una cronaca di una discesa all’inferno, senza risalita (la risalita sarebbe arrivata poi, ma non è raccontata nel disco per ovvi motivi).

Raccontai la storia di questo disco un pomeriggio a Gra, alla stazione di Padova, anni prima che io mi trasferissi. Me lo bollò come “un’assurdità” e la cosa finì lì, almeno apparentemente. Poi, l’estate dopo, in Irlanda con gli SQUOT, raccontai loro “una storia tristissima”, cioè quella di Repetto e del disco: tuttora, dopo anni, se la ricordano ancora e mi prendono un sacco in giro per la mia empatia nei suoi confronti. Poi, due anni dopo, ero con Gra a cercare casa per andare ad abitare insieme a Padova e mi raccontò che quel disco era diventato uno dei suoi preferiti, specialmente “Ma mi caghi?”, che probabilmente merita una menzione a parte. In quella canzone, infatti, Repetto racconta una storia ambientata in Italia, di lui che ci prova con una ragazza che “non lo caga”, il tutto con un rap ad una velocità impressionante (si fatica anche a capire il significato delle parole senza il testo davanti) e soprattutto con degli intermezzi parlati di una terza persona, una ragazza spettatrice di questo provarci, che dice cose geniali tipo “ma cosa dice? cosa sta dicendo? non si capisce niente”. Una canzone folle, la più estrema del disco, e la più geniale. Nonché la nostra preferita, tant’è vero che quando due anni dopo io, Vero e Denise festeggiammo il compleanno in discoteca, Gra e tutto il nostro giro di amici mi regalarono il cd originale di Zucchero Filato Nero! Per la gioia, chiedemmo al DJ di mettere “la 11”, ovvero Ma Mi Caghi. Fu imbarazzantissimo per lui (anche se la canzone, in effetti è abbastanza ballabile, nonostante il testo assurdo) e stradivertente per noi.

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